FormazioneCome può il turismo valorizzare il patrimonio senza trasformarlo in una scenografia?

Come può il turismo valorizzare il patrimonio senza trasformarlo in una scenografia?

L’ho chiesto a Dallen J. Timothy, tra i principali studiosi internazionali di turismo culturale e patrimonio, per capire come possiamo condividere l’identità dei territori senza trasformare ciò che è vivo in qualcosa costruito per i visitatori.

di Ruben Santopietro

Quando pensiamo al patrimonio italiano, vengono subito in mente monumenti, chiese, siti archeologici e opere d’arte.

Ma il patrimonio di un luogo è molto più difficile da delimitare. Può essere una lingua, una ricetta, un paesaggio agricolo, un modo di costruire le case, una festa che si ripete da generazioni.

Persino qualcosa che, per chi vive in quel territorio, appare talmente normale da non essere considerato patrimonio.

Ed è qui che nasce una questione importante.

Quando un luogo diventa una destinazione turistica, qualcuno comincia inevitabilmente a scegliere che cosa raccontare, che cosa proteggere e che cosa mostrare ai visitatori.

Alcuni elementi vengono valorizzati, altri rimangono fuori dal racconto. Alcuni vengono preservati proprio grazie al turismo, altri rischiano lentamente di adattarsi alle aspettative di chi arriva, fino a diventare una rappresentazione di ciò che erano.

È il rischio della cosiddetta disneyficazione: quando un territorio comincia progressivamente ad assumere le sembianze di ciò che il turista si aspetta di trovare. Tradizioni, luoghi e pratiche quotidiane vengono semplificati, enfatizzati o spettacolarizzati fino a trasformare la realtà in una versione più facilmente riconoscibile e consumabile di se stessa.

Da qui nasce la domanda di questa uscita di The Italy Question:

come può il turismo valorizzare il patrimonio senza trasformarlo in una scenografia?

L’ho chiesto a Dallen J. Timothy, professore alla School of Community Resources and Development dell’Arizona State University e uno dei principali studiosi internazionali del rapporto tra turismo e patrimonio culturale.

Timothy è fondatore e direttore editoriale del Journal of Heritage Tourism e i suoi studi si concentrano su politiche del patrimonio, confini e sviluppo delle comunità. Nel corso della sua carriera ha svolto attività di ricerca, consulenza e collaborazione in oltre 100 Paesi.

È una prospettiva particolarmente interessante per l’Italia.

Perché una parte enorme del nostro patrimonio non si trova soltanto dentro musei e monumenti.

Ma esiste nei borghi, nei paesaggi rurali, nelle tradizioni, nella cucina, nelle comunità e in migliaia di pratiche quotidiane che costituiscono una parte fondamentale dell’identità dei territori.

Ed è proprio quando questa quotidianità diventa interessante per il turismo che emerge una domanda delicata:

come possiamo condividerla senza trasformarla in spettacolo?

Con Timothy ho parlato di comunità, autenticità e del ruolo che anche l’intelligenza artificiale potrebbe avere nel far emergere storie rimaste ai margini.

1. Ciao Dallen, il patrimonio viene spesso presentato come qualcosa che ereditiamo e che possiede un valore universale. Eppure ogni società sceglie cosa preservare, interpretare e promuovere. Chi dovrebbe decidere quali elementi di un luogo entrano nel suo racconto turistico?

Dallen J. Timothy: Il patrimonio è ovunque. Ci circonda continuamente.

Può essere antico oppure recente. Tangibile oppure immateriale. Può essere straordinario e sontuoso oppure assolutamente ordinario e quotidiano.

Uno degli aspetti fondamentali nel definire qualcosa come patrimonio, però, è che le persone alle quali quel patrimonio appartiene devono riconoscerlo e attribuirgli valore.

Questo non avviene sempre.

Esistono società nelle quali valorizzare il patrimonio può essere percepito come un lusso che non ci si può permettere quando è in gioco la sopravvivenza quotidiana.

Le persone possono chiedersi:

“Come possiamo proteggere il passato se oggi i nostri figli hanno fame?”

Oppure:

“Come può essere patrimonio? È semplicemente la nostra vita quotidiana. Non c’è nulla di straordinario.”

Sono considerazioni importanti e dimostrano che il significato e il valore del patrimonio dipendono spesso dalla cultura e dal contesto.

Per molto tempo le decisioni sul patrimonio sono state prese da poteri coloniali o da soggetti esterni alle comunità. Questo ha favorito spesso il patrimonio straordinario rispetto a quello vernacolare e quotidiano dei luoghi.

Oggi è importante che le persone alle quali quel patrimonio appartiene abbiano una voce molto più forte nel decidere cosa valorizzare, proteggere, interpretare e promuovere.

Le comunità devono essere messe nelle condizioni di partecipare alle decisioni, perché sono proprio i gruppi e gli individui locali a possedere conoscenze che chi arriva dall’esterno potrebbe non avere.

Negli studi sul turismo del patrimonio cresce la consapevolezza che questo processo di empowerment sia fondamentale per due ragioni.

La prima è che permette di raccontare le storie realmente importanti per le comunità che hanno ereditato quel patrimonio.

La seconda è che imparare a riconoscere il valore della propria eredità può rafforzare una società dal punto di vista sociale, psicologico, culturale e persino economico, contribuendo a consolidare identità e senso di appartenenza.

Le persone alle quali il patrimonio appartiene dovrebbero avere la voce più forte nelle decisioni.

2. Il turismo può portare risorse e attenzione al patrimonio culturale, ma può anche semplificarlo, commercializzarlo o trasformarlo. Che cosa distingue un turismo che aiuta a preservare il patrimonio da uno che finisce lentamente per consumarlo?

Dallen J. Timothy: Il turismo può essere contemporaneamente distruttivo e costruttivo.

La maggior parte delle destinazioni lo desidera per i posti di lavoro e le entrate fiscali che può generare.

Ma il turismo di massa su larga scala, compreso ciò che oggi definiamo overtourism, ha dimostrato di poter essere estremamente dannoso per gli ambienti delle destinazioni, inclusi i paesaggi culturali e il patrimonio costruito.

Un turismo che contribuisce a preservare il patrimonio deve essere pianificato e gestito attraverso regole precise e realmente applicate.

Nonostante la crescente necessità di generare ricavi, una gestione positiva del turismo culturale deve mettere la protezione prima del profitto.

Manager e pianificatori dispongono di numerosi strumenti per farlo: meccanismi di controllo dei flussi, politiche di prezzo, gestione temporale delle visite e organizzazione spaziale delle aree interessate.

3. Molte destinazioni italiane meno conosciute trovano proprio nelle tradizioni, nei rituali locali e nella vita quotidiana ciò che le rende diverse. Come possono condividere questo “patrimonio ordinario” senza congelare le comunità nel passato o trasformare i residenti in figuranti?

Dallen J. Timothy: Il patrimonio ordinario è molto più abbondante di quello straordinario, ma le società sono state abituate ad attribuire maggiore valore a ciò che appare eccezionale.

Allo stesso tempo, tra i viaggiatori occidentali sta crescendo il desiderio di vivere esperienze più profonde, immersive e trasformative.

È anche una reazione alla diffusione del turismo di massa e alle diverse crisi e forme di instabilità che caratterizzano oggi la vita delle persone.

Il patrimonio quotidiano italiano possiede quindi un enorme potenziale.

Una possibilità è includerlo maggiormente nei viaggi organizzati.

Anche chi desidera vedere i luoghi più conosciuti d’Italia può entrare in contatto con elementi della cultura quotidiana: architettura vernacolare, borghi, paesaggi rurali, pratiche agricole, musica, cibo e lingua.

Un’altra possibilità è creare percorsi e itinerari tematici a scale differenti.

L’Italia ne possiede già diversi, ma molti territori stanno utilizzando questi itinerari per collegare piccoli luoghi e attrazioni che, presi singolarmente, potrebbero essere difficili da inserire in un viaggio.

Percorsi percorribili a piedi, in bicicletta o in automobile possono unire questi elementi e renderli complessivamente più fruibili.

Il rischio emerge quando le comunità che iniziano a vedere nel turismo una grande opportunità cercano immediatamente di adattarsi al turismo di massa.

È proprio lì che una cultura può diventare una merce e un patrimonio vivo può essere “musealizzato”.

Mantenere il turismo su una scala gestibile, svilupparlo gradualmente e lasciare il potere decisionale nelle mani delle comunità è uno dei modi migliori per ridurre questi effetti negativi.

4. L’intelligenza artificiale influenza sempre di più i luoghi, le storie e gli itinerari che incontriamo quando programmiamo un viaggio. Può aiutare a far emergere forme di patrimonio dimenticate oppure finirà per rafforzare ancora di più monumenti e racconti che dominano già l’attenzione globale?

Dallen J. Timothy: Credo che l’intelligenza artificiale generativa abbia un grande potenziale per aiutare le destinazioni a gestire meglio il proprio turismo.

Può contribuire a individuare elementi del patrimonio che vengono ignorati dal turismo di massa, ma che possiedono un grande valore per le comunità locali.

Può aiutare a creare itinerari, come i percorsi di cui parlavo prima, collegando i luoghi in maniera più sensata e distribuendo i benefici del turismo verso una parte più ampia della società.

Soprattutto, un utilizzo accurato dell’intelligenza artificiale generativa può contribuire a creare narrazioni che restituiscano una voce alle comunità che storicamente non l’hanno avuta.

Può aiutare a raccontare il patrimonio dal punto di vista delle persone che lo hanno ereditato, invece di affidarsi esclusivamente alla prospettiva di funzionari, studiosi o soggetti esterni.

Questa “democratizzazione” del patrimonio è qualcosa che gli esperti di turismo e patrimonio dovrebbero incoraggiare.

Altrimenti rischiamo che proprio coloro che quel patrimonio lo hanno ereditato diventino sempre più distanti dal proprio passato.

Che cosa significa per l’Italia

La riflessione di Dallen Timothy tocca un punto particolarmente importante per un Paese come il nostro.

Abbiamo spesso imparato a valorizzare ciò che è eccezionale: il monumento, il capolavoro, il sito riconosciuto, il grande attrattore.

Eppure gran parte di ciò che rende l’Italia diversa si trova nella normalità.

Nel modo in cui un paese è costruito, nelle botteghe, nelle feste, nelle parole e nelle abitudini che per chi ci vive possono sembrare perfino banali.

Raccontare il 99% d’Italia significa anche riconoscere valore a questo patrimonio senza trasformarlo in una rappresentazione preparata per il turista.

La sfida è permettere alle persone di incontrare la vita dei territori mentre continua a essere vita, non dopo averla trasformata in scenografia.

L’idea da portare con noi

Un territorio perde autenticità quando comincia a somigliare a ciò che il turista si aspetta di trovare. La sfida è evitare che questo accada, senza rinunciare a raccontarlo e renderlo accessibile.

The Italy Question è la serie editoriale ideata da Ruben Santopietro che porta alcune delle voci internazionali più autorevoli a confrontarsi con le grandi questioni del turismo italiano. Un progetto nato per aprire prospettive nuove, mettere in discussione idee consolidate e costruire, conversazione dopo conversazione, un osservatorio sul futuro dell’Italia e dei suoi territori.

Ruben Santopietro
Ruben Santopietrohttp://www.rubensantopietro.com
Imprenditore e CEO di Visit Italy, piattaforma culturale indipendente che racconta l’Italia lontano dai riflettori. Da anni lavora nel marketing territoriale, accompagnando destinazioni e comunità a costruire nuove narrazioni. È stato intervistato da BBC, CNN e Skift come una delle voci italiane più autorevoli sul turismo. Nel tempo libero coltiva la passione per l’arte, le due ruote e l’esplorazione dei luoghi più affascinanti del mondo.