TurismoProteggiamo le specie nei parchi, ma lasciamo espellere le comunità dalle città

Proteggiamo le specie nei parchi, ma lasciamo espellere le comunità dalle città

Abbiamo imparato a difendere gli habitat naturali con protocolli molto rigidi. Ora dobbiamo fare lo stesso con le città italiane.

di Ruben Santopietro

Ci sono luoghi in cui abbiamo imparato a muoverci con rispetto.

Nei parchi naturali, nelle aree protette, nelle riserve, sappiamo che ogni gesto può avere una conseguenza. Sappiamo che un sentiero tracciato male può disturbare una specie. Che un accesso non regolato può compromettere un equilibrio. Che una presenza umana non governata può creare le condizioni affinché una specie, lentamente, abbandoni il proprio habitat.

Questa è la parola decisiva.

Habitat.

Quando parliamo di fauna, flora, specie protette ed ecosistemi naturali, siamo diventati molto bravi a comprendere che la tutela non consiste soltanto nell’impedire un danno evidente. Proteggere significa preservare le condizioni che permettono alla vita di continuare a esistere in quel luogo.

Significa capire che una specie resta dove trova equilibrio, ritmo, sicurezza e spazio.

Nel lavoro che portiamo avanti con tanti territori italiani, questa consapevolezza emerge spesso con grande forza. Penso, per esempio, al Parco Regionale Sirente Velino, in Abruzzo. Un territorio straordinario, dove la protezione della fauna e della flora non è una formula astratta, ma un protocollo molto rigido. Ci sono regole, limiti, aree sensibili, comportamenti da rispettare. Tutto nasce da un principio semplice e profondissimo. Se alteriamo troppo un equilibrio, il luogo smette di essere vivibile per chi lo abita.

E allora mi chiedo perché non applichiamo lo stesso ragionamento alle nostre città.

Perché siamo così rigorosi quando dobbiamo proteggere un ecosistema naturale e così deboli quando dobbiamo proteggere un ecosistema umano.

Una città, in fondo, funziona allo stesso modo. Anche una città ha un habitat. Anche una città ha specie fragili. Anche una città vive di equilibri delicati. Solo che, in questo caso, l’habitat è fatto di case, botteghe, scuole, mercati, relazioni, vicinato, affitti sostenibili, servizi, rituali, abitudini, conflitti e cura.

L’ecosistema umano di una città è ciò che la rende viva.

Non sono i monumenti da soli a creare l’identità di un luogo. Non sono le facciate, le piazze, i vicoli, i musei o le vedute panoramiche. Quella bellezza diventa davvero esperienza quando è attraversata da una comunità. Sono le persone che abitano i luoghi a renderli riconoscibili. Sono i loro rituali, il loro modo di stare nello spazio pubblico, le loro parole, i loro tempi, le loro attività, la loro presenza ordinaria.

Il turismo, quando funziona davvero, si innamora di questo. La sua esperienza più profonda nasce dall’incontro umano. Si innamora di una vita che esisteva prima del visitatore e che dovrebbe continuare a esistere dopo il suo passaggio.

Così l’Italia ha costruito la sua storia. Attraverso comunità che hanno abitato i luoghi, li hanno trasformati, custoditi e resi riconoscibili nel tempo. Le comunità di oggi non sono meno importanti di quelle che ci hanno preceduto. Sono quelle che, se riusciremo a preservarle, daranno forma all’Italia che verrà.

Eppure oggi, in molte città, stiamo facendo esattamente l’opposto. Stiamo trasformando gli habitat urbani in prodotti turistici. Stiamo permettendo che la casa perda progressivamente la sua funzione sociale e venga letta quasi esclusivamente come asset finanziario. Stiamo accettando che interi quartieri cambino destinazione d’uso senza una vera decisione politica, senza una visione urbana, senza un patto con chi quei luoghi li abita.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Le comunità locali vengono spinte fuori non perché qualcuno le accompagni fisicamente oltre il confine della città, ma perché cambiano le condizioni intorno a loro. Aumentano gli affitti, cambiano i negozi, spariscono i servizi di prossimità. Le case diventano rendita, dentro un sistema che troppo spesso premia il possesso più del lavoro.

I palazzi si riempiono di soggiorni brevi. I quartieri perdono continuità, il vicino non riesce a reggere il costo e lo sostituisce un ospite temporaneo. La città resta piena, addirittura pienissima, eppure diventa sempre meno abitata.

È qui che il parallelismo con i parchi naturali diventa potente.

Una specie animale abbandona un luogo quando quell’ambiente smette di essere compatibile con la sua vita. Una comunità locale fa la stessa cosa. Se il centro storico diventa troppo caro, troppo instabile, troppo orientato al consumo turistico, troppo debole nei servizi quotidiani, chi lo abitava se ne va. Non per scelta culturale, ma per sopravvivenza.

A quel punto, però, perdiamo qualcosa che nessuna campagna di promozione potrà ricostruire.

Perdiamo il patrimonio invisibile delle città.

Perdiamo le relazioni, perdiamo i rituali, perdiamo la vivacità. Perdiamo quella trama di gesti quotidiani che rende un luogo diverso da qualsiasi altro luogo. Perdiamo la signora che conosce tutti nel palazzo, il bar che serve gli stessi clienti da trent’anni, il mercato che ha ancora un dialetto proprio, il rumore dei bambini all’uscita da scuola.

Quando una città perde i suoi abitanti, perde anche la sua anima, quello che i latini chiamavano il genius loci. Allora la domanda che dobbiamo porci oggi per il futuro è… per chi stiamo progettando le nostre città, per chi vive o per chi visita?

Questo dovrebbe essere uno dei grandi interrogativi politici del nostro tempo. Come creiamo protocolli altrettanto seri per proteggere le comunità locali. Come impediamo che la cultura della casa come puro investimento espella chi dà senso ai luoghi. Come riconosciamo le comunità non come un dettaglio romantico, ma come una componente essenziale dell’ecosistema urbano.

Le comunità locali sono la specie protetta del turismo contemporaneo.

Se accettiamo questa tesi, cambia tutto.

Cambia il modo in cui parliamo di sostenibilità. Perché la sostenibilità turistica non può limitarsi all’ambiente, alla mobilità dolce, al consumo energetico o alla tutela del paesaggio. Tutto questo è fondamentale, certo. Però una destinazione può avere piste ciclabili, raccolta differenziata, certificazioni ambientali e comunicazione green, mentre nel frattempo espelle i residenti dai propri quartieri. In quel caso il problema non è risolto. È solo spostato.

La sostenibilità comincia dalla possibilità di restare.

Un luogo è sostenibile quando chi lo abita può continuare a viverci. Quando una famiglia può permettersi una casa. Quando un giovane non è costretto ad andare via. Quando un lavoratore non deve abitare sempre più lontano dal luogo in cui lavora. Quando un quartiere mantiene servizi per la vita quotidiana e non solo funzioni per il consumo temporaneo.

Un turismo sano aggiunge valore alla comunità che lo accoglie. Quando invece la sostituisce, quel valore lo sottrae.

Per questo la sostenibilità non può essere misurata solo sulla qualità dell’esperienza del visitatore. Deve partire dalla qualità della vita di chi abita quei luoghi ogni giorno. È su questo principio che si fonda l’Equazione della Sostenibilità Turistica, che oggi sta trovando attenzione anche nel mondo accademico e nelle riflessioni europee sul futuro del turismo.

Perché sposta il tema dal semplice impatto dei flussi alla capacità di un territorio di mantenere il proprio equilibrio. Lo stesso equilibrio che nei parchi naturali proviamo a proteggere con protocolli rigorosi.

Se una specie resta solo quando il suo habitat è sano, anche una comunità resta solo quando la città continua a essere compatibile con la sua vita quotidiana. Oggi dobbiamo avere il coraggio di adattare quei protocolli anche alle nostre città.

Il tema degli affitti brevi entra esattamente qui.

La discussione pubblica è spesso intrappolata in una retorica troppo semplice. Da un lato c’è chi racconta l’extralberghiero come una libertà assoluta, una piccola integrazione di reddito per le famiglie. Dall’altro c’è chi lo descrive come il male in terra. Entrambe le letture non bastano.

In molti casi, l’affitto breve può davvero rappresentare un’opportunità. Può aiutare una famiglia, può rimettere in circolo una casa vuota, può portare economia in un’area interna, può sostenere borghi e piccoli comuni che hanno bisogno di nuova domanda, nuovi servizi, nuova attenzione. Nel 99% dell’Italia, se governato con intelligenza, può essere un volano importante.

Il problema esplode quando il modello diventa estrattivo.

Quando non parliamo più della famiglia che affitta una stanza in più nell’appartamento dove vive, ma di società, fondi, operatori professionali e gestori che accumulano immobili, li sottraggono alla residenza stabile e li trasformano in camere diffuse dentro quartieri già saturi. A quel punto non siamo più davanti a una microeconomia familiare. Siamo davanti a una trasformazione urbana.

E questa trasformazione va governata.

Le grandi città d’arte hanno bisogno di una risposta diversa rispetto ai piccoli comuni. Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Milano e molte altre destinazioni ad alta pressione turistica vivono una condizione specifica. Qui la domanda non è come attrarre più visitatori, ma come difendere la possibilità di una vita residente.

In questi luoghi serve una politica capace di leggere la soglia critica oltre la quale il turismo inizia a consumare il proprio stesso oggetto del desiderio.

Nel 99% dell’Italia, invece, la sfida è diversa. Molti comuni, aree interne e territori meno conosciuti hanno bisogno di accoglienza, investimenti, nuove economie e nuove narrazioni. Qui l’extralberghiero può avere un ruolo positivo, purché non diventi l’ennesima scorciatoia. Anche nei piccoli paesi bisogna garantire una quota di vita stabile, servizi reali, residenza, lavoro, scuole, prossimità.

Anche un borgo pieno di letti turistici e privo di comunità rischia di diventare una scenografia. Bella, fotografabile, vendibile, però fragile.

Il punto, quindi, non è demonizzare il turismo. Il punto è governarlo per proteggerlo da se stesso.

Il punto è distinguere dove il turismo può aiutare un territorio a tornare vivo e dove sta contribuendo a svuotarlo. Dove l’accoglienza crea valore e dove la rendita immobiliare lo estrae. Dove una casa aperta ai viaggiatori genera economia locale e dove una città intera viene consegnata alle piattaforme. Dove un borgo trova nuova energia e dove un centro storico perde la sua popolazione residente.

In natura, quando un ecosistema è fragile, non lo affidiamo alla spontaneità del mercato. Non diciamo che sarà il flusso dei visitatori a regolarsi da solo. Non lasciamo che la pressione si accumuli fino a quando la specie più debole scompare. Interveniamo prima. Studiamo, misuriamo, limitiamo, proteggiamo.

Nelle città dovremmo fare lo stesso.

Costruire una nuova generazione di protocolli urbani. Non protocolli burocratici e freddi, ma strumenti di tutela della vita quotidiana. Regole capaci di misurare la pressione turistica, la perdita di residenza, la trasformazione degli immobili, la scomparsa dei servizi, la saturazione dei quartieri, il rapporto tra case abitate e case messe a reddito.

Regole capaci di dire che una città non può essere tutta disponibile alla monetizzazione turistica. Altrimenti abbiamo fallito come nazione, prima che come destinazione.

Ruben Santopietro
Ruben Santopietrohttp://www.rubensantopietro.com
Imprenditore e CEO di Visit Italy, piattaforma culturale indipendente che racconta l’Italia lontano dai riflettori. Da anni lavora nel marketing territoriale, accompagnando destinazioni e comunità a costruire nuove narrazioni. È stato intervistato da BBC, CNN e Skift come una delle voci italiane più autorevoli sul turismo. Nel tempo libero coltiva la passione per l’arte, le due ruote e l’esplorazione dei luoghi più affascinanti del mondo.